Cassazione: la privacy va tutelata anche negli attestati di malattia

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Il certificato medico di un dipendente in malattia trasmesso al datore di lavoro non deve contenere indicazioni sulla diagnosi. Lo stabilisce la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 2367 dl 31/01/2018, che ha condannato il medico fiscale per violazione della privacy.

L’episodio è stato oggetto di attenzioni da parte dell’opinione pubblica.

A seguito di un’assenza prolungatasi per 21 giorni, il medico ha inviato al preside del liceo, presso il quale prestava servizio uno dei docenti, il certificato medico che riportava la prescrizione di una consulenza psichiatrica ("in attesa di consulenza psichiatrica").

Il preside dell’Istituto ha trasmesso l’attestazione medica al provveditorato per la richiesta di un consulto collegiale. Alla ricezione del documento, il provveditorato ha divulgato la notizia sullo stato di salute del docente, ritenendo doveroso farlo.

Successivamente all’evento, il docente ha denunciato un "comportamento diffidente e persecutorio manifestato dai colleghi e dai parenti venuti a conoscenza dell’accertamento cui era stato sottoposto", lamentando un danno evidente alla propria immagine.

Per questo motivo il docente ha impugnato la sentenza della Corte d’Appello di Napoli che confermava il rigetto della domanda di risarcimento danni nei confronti del medico fiscale. Il riscontro però non è stato positivo.

La Suprema Corte infatti, ha convalidato il reato di violazione della privacy del lavoratore ma ha ritenuto che il comportamento del medico non abbia provocato un danno nei confronti del docente. Quindi da un lato, l’interpretazione delle norme sulla tutela della riservatezza e sui dati sensibili (quali, ad esempio, le condizioni di salute del dipendente malato) definisce che il datore di lavoro debba essere a conoscenza soltanto della prognosi da parte del medico. Dall’altro, il pregiudizio riportato dal docente, e quindi l'isolamento e il comportamento diffidente e persecutorio manifestato dai colleghi e non, è riconducibile alla annotazione effettuata dal medico fiscale, ma deve essere collegato alla divulgazione della richiesta di una visita collegiale psichiatrica da parte del Provveditorato.

Infine la Corte di Cassazione ha invalidato anche il risarcimento danni richiesto dal docente, perché non era stato possibile dimostrare che la condotta del medico aveva provocato conseguenze concrete tali da determinare un danno effettivo al lavoratore.

La sentenza è interessante perché affronta il tema delle responsabilità per violazioni alla privacy e del diritto al risarcimento. Nella specifica causa era contestata la violazione della privacy, ma non definito un importo a titolo di risarcimento perché la contestazione era stata rivolta al medico e non al datore di lavoro.

Attualmente la responsabilità di consegnare copia dell’attestato di malattia all’azienda è in capo al medico curante, che con l’invio della modulistica tramite i servizi informatici messi a disposizione dall’INPS, esonera i lavoratori. Pertanto è evidente che le responsabilità delle scelte del medico sulle informazioni da divulgare sono alte. La diffusione della notizia è una logica conseguenza dell’annotazione del medico fiscale ma è incomprensibile perché la Corte non riconosca il risarcimento solo perché la contestazione è stata rivolta al medico e non al datore di lavoro. Il nuovo Regolamento Privacy 2018 UE 2016/679, in attuazione a partire dal 25 maggio, ci aspettiamo chiarisca anche queste situazioni. Quest’ultimo infatti, nasce proprio dall’esigenza di riservare ai cittadini maggiore trasparenza nella gestione dei proprio dati personali, e in materia di "dati sensibili" viene introdotta l’obbligatorietà, per chi li gestisce, di ottenere il consenso esplicito.